MEMORIA E PRESENZA DI SANDRO GIGLIOTTI

di Antonio  Porcu

 

 

La morte di Sandro Gigliotti">


 

MEMORIA E PRESENZA DI SANDRO GIGLIOTTI

di Antonio  Porcu

 

 

La morte di Sandro Gigliotti, improvvisa e sconvolgente, provoca dolore e rimpianto in chi l’ ha amato come persona o anche solamente apprezzato e seguito nelle sue idee, attività, opere; anche di chi non le ha condivise. Sarebbero tuttavia dolore e rimpianto, se non sterili, certo meramente privati, se non si tentasse di ragionare sugli obiettivi “pubblici” che ha cercato appassionatamente di perseguire, rivisitandone le premesse e chiedendosene l’attuale validità: per proseguire eventualmente nella sua strada, facendolo dunque continuare a vivere nella dimensione che ha scelto, pur nella consapevolezza, ahimè tragica, che nessuno potrà sostituirlo.

 

1 Gigliotti e la Gilda

 

Sandro Gigliotti come “personaggio pubblico” emerse durante la grande “ribellione” degli insegnanti della fine degli anni ottanta: ne fu anzi un il principale promotore e animatore, e la guida più autorevole. Le ragioni e le vicende di essa sono state affidate da lui ad un libro scritto insieme a M.C. Gullotta, altra importante protagonista di quei giorni quasi mitici: “La scuola ritrovata”.

Al di là degli aspetti contingenti, due presupposti di fondo sostenevano allora la sua azione: 1) la “ribellione” doveva superare la condizione movimentistica, di pura e semplice jaquerie, sfogo delle più disparate e contraddittorie frustrazioni degli insegnanti; 2) il sindacato tradizionale, confederale ed autonomo, non è in grado di rappresentare una professione come quella dei docenti.

Quanto è venuto dopo, non è stato che il risultato progressivo dell’approfondimento, della precisazione e dello svolgimento di questi.

Sulla base del primo presupposto, procedette alla fondazione della “Gilda degli insegnanti”, staccandosi dal movimentismo e dall’assemblearismo dei comitati di base, dando vita ad un’organizzazione dotata di regole precise di adesione, finanziamento, funzionamento interno ed esterno, che si proponeva sul piano della legalità istituzionale ma senza alcun legame con referenti politici.

Per questa via tentava di raggiungeva due obiettivi: 1) dotare gli insegnanti italiani di uno strumento permanente, attivo e propositivo delle loro esigenze professionali per evitare la coercizione  a improvvise ribellioni a posteriori, magmatiche ed in ogni caso sempre legate alle contingenze e ad umori imprevedibili; 2) evitare il rischio, insito in ogni movimentismo,  di strumentalizzazioni da parte delle più varie tendenze politiche e personali.

Sulla base del secondo, la Gilda venne concepita come “associazione professionale con fini sindacali”: in sostanza, guardando alle forme tipiche di rappresentanza delle professioni intellettuali in Italia e in Europa, come prefigurazione di un ordine professionale. Uno strumento nuovo di azione dunque, rivolto a due versanti: da una parte verso i docenti, richiamati ad un riflessione costante sulla natura, le responsabilità e i diritti della loro professione, grazie ad un’opera di assiduo approfondimento dei problemi interno all’associazione; dall’altra verso le istituzioni politiche, sollecitate senza preclusioni ideologiche e di colore politico, a prendere coscienza del “problema docenti” in Italia e a risolverlo  ad di fuori di una logica di scambio con il sindacalismo tradizionale o di interventi esclusivamente tattici e provvisori. Un’offerta di dialogo e di confronto quest’ultima che non ha escluso momenti di fortissima conflittualità, quando sono stati in gioco principi e prospettive non mediabili, perché assolutamente irrinunciabili. Gigliotti, infatti, ha sempre coniugato  un singolare senso di realismo, cioè dei problemi contingenti dei docenti, con una lucida visione dell’obiettivo generale a cui tendere, vale a dire fare di essi dei veri “professionisti dell’istruzione” e farli riconoscere come tali a tutti i livelli. La loro risoluzione non doveva pregiudicare mai  l’obiettivo fondamentale, ma costituirne sempre un tassello, grande o piccolo che fosse.  In questo senso merita veramente la qualifica di “riformista”.

La Gilda degli insegnanti è stata effettivamente per anni lo strumento di questa azione: a lui, e solo a lui, deve la sua stessa sopravvivenza negli anni “bui” tra il ’90 e il ’95, quando si dispiegò la controffensiva del sindacalismo tradizionale: un’intera tornata contrattuale saltata, la privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, le norme antisciopero, quelle  restrittive sulla rappresentatività (con i connessi diritti di assemblea sindacale, di propaganda, di contrattazione), il “terribile contratto” per il quadriennio 1994-97, con i gradoni e l’immiserimento retributivo: il tutto senza che alcun “movimento” di opposizione nascesse nelle scuole. Ma intanto Gigliotti otteneva per la Gilda, grazie alla sua abilità “diplomatica”, la rappresentatività nazionale con tutte le conseguenze in ordine alle possibilità di operare; intanto la Gilda acquistava credito e prestigio tra i docenti e nelle istituzioni per la chiarezza delle sue analisi e proposte;  intanto trovava realizzazione una delle richieste fondamentali della Gilda, la laurea per tutti i docenti e la scuola di specializzazioni per quelli della secondaria e più in generale  il problema docenti diveniva questione nazionale a tutti i livelli.

Nello stesso tempo, operava per sventare due gravi pericoli: da una parte quello delle ricadute nel massimalismo ideologico e pratico e nel movimentismo, dall’altra quello opposto che la Gilda  si trasformasse in una semplice copia del sindacalismo tradizionale, con le ben note conseguenze in termini di superfetazione dell’apparato, giochi di potere, logiche politiche eccetera.

 

Un bilancio sereno porta a concludere che questi due pericoli non sono stati sventati: la Gilda si è infatti effettivamente trasformata per un verso in un sindacato, anzi in un sindacatino, autonomo e di apparato; per un altro in un movimento senza alcuna prospettiva coerente, di pura ribellione, di “no” permanenti e contraddittori, arroccata intorno ad alcune parole d’ordine ripetute ossessivamente e ormai vuote di reale significato, anche perché alla prova dei fatti, delle scelte nelle circostanze ed opportunità concrete, messe in discussione all’interno stesso dell’organizzazione. Quest’ultimo risultato è dovuto al prevalere nella Gilda della teoria del “rispecchiamento” puro e semplice della presunta base dei docenti: cioè alla paura di scegliere per timore di perdere iscritti, di “non crescere numericamente” perché “contano i numeri e solo i numeri”.

Si è arrivati così al rovesciamento della situazione iniziale: anziché un’organizzazione che chiede adesioni sulla base di principi e proposte chiare e fondate, una che si adegua passivamente alle più diverse esigenze degli iscritti, o della base che i dirigenti si ritengono in grado di interpretare per dono divino. Il risultato è l’annullamento di ogni reale capacità propositiva e l’appiattimento tattico sul “vento protestatario che spira”. In questo senso, Gigliotti parlava giustamente di “mutamento genetico” della Gilda.

L’unione imprevedibile tra uomini di “apparato” (i “sindacalisti di professione”), e movimentisti (quelli che lui chiamava “cobas nella Gilda”), realizzatasi segretamente, con un metodo da vera e propria congiura di palazzo, lo ha defenestrato: nel corso di un congresso per alcuni aspetti farsesco (ad es. l’attuale coordinatore nazionale, il collaboratore più fidato di Gigliotti, firmatario della sua mozione congressuale firma all’ultimo momento ANCHE quella degli oppositori e si fa eleggere da loro!; delegati a votare per lui dalle assemblee provinciali non lo fanno!), per altri tragico: Gigliotti fu oggetto di una vera e propria aggressione morale. I personaggi di apparato, poi, impadronitisi del potere, hanno subito dato l’avvio ad un processo di epurazione e di normalizzazione burocratica che si è esplicata in una campagna di denigrazione sistematica della figura di Gigliotti e di eliminazione dei suoi fautori: costretti o ad allinearsi o a lasciare la Gilda. Dinanzi a questa situazione, il primo a lasciarla è stato Gigliotti stesso, considerandola ormai solo una struttura vuota ed irrecuperabile con un’azione interna.

 

2. Gigliotti dopo la Gilda: l’APEF

 

Le implicazioni dei due presupposti originari alla base della sua azione sono state oggetto di continuo approfondimento e precisazione da parte di Gigliotti, con la collaborazione di coloro che li condividevano senza riserve, come lo scrivente. Il rifiuto del sindacalismo tradizionale, confederale ed autonomo, come strumento di rappresentanza dei docenti si è chiarito non come fatto contingente ed episodico, sanabile in qualche modo nei suoi aspetti più deteriori, ma come INCOMPATIBILITA’ INTRINSECA: come conflitto radicale tra forme rappresentative storicamente, ed in parte ancora attualmente, valide ed efficaci per la tutela del lavoro dipendente, ma inadeguate o addirittura dannose per quello che non lo è, e questo tanto per i prestatori d’opera in sé quanto per la società nel suo complesso in cui la prestano. Ora, è implicito nell’affermazione del docente come “professionista dell’istruzione” che la professione docente non è inquadrabile all’interno del “lavoro dipendente”, sindacalmente rappresentabile e tutelabile: sempre che non si tratti di semplice enunciazione verbale, e per Gigliotti certo non lo era: per lui, se c’è una professione che meriti la qualifica di “intellettuale”, è quella dei docenti, e dunque la particolare considerazione e tutela che l’ordinamento giuridico italiano ha riservato a queste professioni, per i riflessi pubblicisti della loro opera. Considerazione e tutela che si è spinta  sino a dedicare loro una specifica sezione del codice civile (libro V, capo II, artt. 2229-2238), favorendone l’auto organizzazione e l’auto regolamentazione (art.2229) e attribuendo addirittura alle loro organizzazioni professionali competenze in campo economico (art.2233), con l’importantissima precisazione che “in ogni caso la misura del compenso deve essere adeguata all’importanza dell’opera e al decoro della professione”.

Il suo sforzo costante, già nella Gilda, fu quello di far emergere e far riconoscere alcuni aspetti tipici delle libere professioni anche in quella dei docenti: la differenziazione retributiva sulla base delle competenze certificate e delle capacità verificate, prefigurando una “carriera”, l’accettazione del principio della valutazione della loro opera collegata all’ autonomia professionale intesa in senso più ampio e complesso rispetto al tradizionale principio della “libertà di insegnamento”. In questo quadro si è collocata la sollecitazione, prima, e l’adesione poi all’autonomia delle istituzioni scolastiche come ambito di esplicazione della progettualità didattica dei docenti, libera da asfissianti imposizioni centralistiche e burocratiche, la continua sorveglianza critica che appunto in questo senso si realizzasse.

In questa prospettiva si è avuta la sua collocazione prima nel dibattito sulla riforma del sistema scolastico italiano, poi nella sua traduzione in leggi effettive: quella Berlinguer-De Mauro prima e ora quella Moratti. Una collocazione non ideologica, né trionfalistica né apocalittica, ma dalla parte del “docente professionista dell’istruzione”: chiedendosi in sostanza non se le leggi di riforma realizzavano un sistema “perfetto”,  ma se consentivano di affermare questa figura e di farla concretamente operare per il bene della scuola e della comunità nazionale. Sempre nella persuasione che ottenere qualcosa in questa direzione sia meglio che nulla, e che le leggi sono sempre modificabili e perfettibili purché si sappia far sentire le proprie critiche e proposte argomentate. Con la ferma convinzione che compito di un’associazione professionale di docenti non sia fare la riforma della scuola, che spetta a chi è legittimamente investito dal voto popolare, ma pretendere che siano salvaguardate le competenze professionali di chi vi deve operare.

Da questo punto di vista, la sua aspirazione fu di fare della Gilda proprio la “voce della professione”: una voce particolarmente autorevole per la sua competenza professionale, in grado di apportare al potere legislativo, già deputato a sintetizzare e concretizzare in norme concrete i vari ed importanti interessi sociali sul sistema di istruzione, il contributo importantissimo del punto di vista dei professionisti dell’istruzione. Un contributo specifico sempre mancato, perché al massimo delegato ai sindacati e da essi distorto in relazione a logiche di scambio politico, ad una visione del docente come lavoratore dipendente, come “impiegato civile dello Stato”, a presupposti ideologici.

Su questa base si è avuto il suo giudizio positivo su alcuni aspetti della riforma Berlinguer e ancora più positivo su quella Moratti, ed in ogni caso la sua opposizione, nell’un caso e nell’altro, ad atteggiamenti globalmente contestatori o, peggio, ribellistici. Il rifiuto della Gilda di assumere questa funzione è una delle ragioni della sua estromissione prima e del suo abbandono poi.

Ma la questione dei docenti come “professionisti dell’istruzione” si è ulteriormente approfondita e specificata, sino a suggerire una prospettiva nuova verso cui gradualmente muoversi. Ne sono state alla base due considerazioni.

La prima è partita dai risultati di quel settore interessantissimo di studi, ancora piuttosto recente nel nostro Paese, che è la storia delle professioni intellettuali in Italia dall’Unità in poi. Essi hanno messo bene in rilievo una singolare anomalia, cioè, come scrive Franco Della Paruta, che“la prestazione d’opera del corpo dei docenti presenta il caso di una rilevante categoria intellettuale il cui lavoro non è inquadrabile nel campo delle libere professioni, spiegandone le ragioni, illustrandone vantaggi (praticamente solo uno, la stabilità del “posto”) e svantaggi (moltissimi:  inadeguatezza e appiattimento del riconoscimento retributivo, subordinazione gerarchica, burocratizzazione, appannamento delle funzioni svolte e sensazione di una loro carenza di specificità professionale, indebolimento dello status sociale, senso di frustrazione più o meno diffuso). Si tratta quindi di riprendere le fila delle ragioni di questa anomalia e di superarla accentuando via via i caratteri di “libera professione intellettuale” della prestazione dei docenti sino al riconoscimento giuridico di uno specifico “ordine professionale”, con tutti i requisiti previsti dall’articolo 2229 del Codice civile o in ogni caso quelli previsti dalle leggi di riforma delle libere professioni. In questo modo, si passa dalla situazione di una professione intrinsecamente libera ma di fatto esercitata in regime di stretta subordinazione (con l’aggravante che di fatto il lavoro è prestato sostanzialmente  alle dipendenze di un unico “datore di lavoro”, lo Stato), a quella più coerente di un esercizio anche giuridicamente libero. Ma questo comporta innanzitutto la definizione di regole precise e severe di accesso all’esercizio della professione e del mantenimento del diritto di esercitarla: regole selettive che diano il senso della specificità professionale, e di una specificità di alto livello, in modo da togliere al più presto la convinzione diffusa che fare l’insegnante sia un ripiego per chi non sa o non è riuscito a fare altro.

La seconda considerazione è nata dalla constatazione che nella società moderna l’esigenza di istruzione non è più, come in passato, una questione che interessi solo o principalmente le “giovani generazioni”: è invece diffusa in tutte le classi di età, per le più svariate ragioni, e per le più varie “materie”. La scuola dello Stato è ormai solo una delle tante presenti nella società e deve sempre più confrontarsi con altre sotto tutti i punti di vista. Si impone la necessità di una visione sistemica sia della richiesta, sia dell’offerta di istruzione, dal momento che essa è in ogni caso una questione “pubblica”. In questo quadro è chiaro che le opportunità di esercizio della professione docente aumentano notevolmente, ma nello stesso tempo si accresce la necessità della “garanzia di professionalità” che devono offrire i docenti. Sul “mercato” devono stare solo coloro che sono certificati, pubblicamente, come idonei alla professione: si tratta di una garanzia preventiva, che solo lo Stato può offrire con le sue leggi. Il “mercato” deve poter stabilire solo in corso d’opera chi merita retribuzioni più elevate. Nella garanzia, ovviamente, deve essere compresa quella ai docenti stessi, che cioè la loro assunzione e la valutazione della loro opera prescinda assolutamente da considerazioni di natura ideologica. Questo deve valere per ogni situazione in cui si instauri un rapporto di insegnamento. La garanzia di specificità professionale è di per sé in grado di riportare il numero degli insegnanti, rispetto alle richieste, ad un livello che permetta loro retribuzioni elevate, recupero di status sociale, senso delle responsabilità e degli impegni professionali, desiderio di costante miglioramento. E’ la società moderna che richiede insegnanti qualificati, non questi che vadano alla ricerca disperata di un “posto” di lavoro stabile e garantito.

Gigliotti ha fondato l’APEF con queste prospettive di fondo, ma con il consueto senso realistico, dei piccoli passi, degli interventi mirati a che le cose si muovano in un certo senso: senza l’angoscia di una fretta palingenetica e del seguito di “masse”. L’APEF si è assunta il compito di “badare a queste cose” e nello stesso tempo diffonderle attraverso non “assemblee sindacali” ma corsi di formazione per i docenti;  operando a livello istituzionale sulle cose che si fanno o si progetta di fare nella situazione presente: intervenendo sulla riscrittura dello stato giuridico dei docenti, sulla configurazione dell’autonomia scolastica, sui decreti attuativi della riforma Moratti, sul codice deontologico della professione eccetera. Lo scopo di fondo è sempre lo stesso: favorire quelle norme che già oggi, nella situazione attuale, esaltino la natura di “libera professione di alto profilo” dell’attività dei docenti. Il recente accordo con l’ANP, ultima opera di Gigliotti, si muove in questa direzione, coerentemente come sempre.

Noi dell’APEF condividiamo i suoi obiettivi di fondo e il suo modo di operare nella concretezza, e vogliamo proseguire la sua opera. Il modo migliore, quello più gradito a lui, di ricordarlo sempre.

 

Antonio Porcu