La notizia dell’improvvisa morte di Sandro Gigliotti è di quelle che tolgono il fiato, di quelle che ci danno un senso improvviso di vuoto, che ci rendono oscuro il futuro. La sua immagine di persona energica, appassionata, combattiva, decisa, vitale ci sta davanti agli occhi e sembra dirci: “Non credeteci, non è vero”. E dobbiamo fare uno sforzo, grandissimo, per crederci: ancora di più per chinare il capo ed accettarlo.

Tutti gli insegnanti italiani, anche quelli che non ne hanno condiviso le idee, gli debbono una grandissima riconoscenza. Gliela deve anzi tutto il mondo della scuola italiana.  Per essere stato il più coerente ed efficace denunziatore dei mali del nostro sistema di istruzione; per essere stato, sino ad oggi, sino al momento stesso della morte, il più lucido rivendicatore della dignità professionale dei docenti e colui che non si è mai stancato di cercarne ostinatamente le vie di riscatto, con le sue opere, gli scritti, la parola.

Soprattutto questa ci mancherà. Chi l’ ha udito nelle innumerevoli assemblee che ha tenuto per quasi quindici anni in tutte le parti d’Italia conosce la sua chiarezza, la sua lucidità, la sua forza persuasiva. Anche coloro che l’ hanno contrastato devono riconoscere che era un grande avversario: contrapporsi a lui era persino nobilitare se stessi.

Mancherà soprattutto a noi dell’Apef, l’ultima sua creatura: a noi che l’abbiamo amato e seguito in questa nuova strada che ci ha proposto: appena iniziata ma  già promettente.

L’amarezza più profonda è che senza di Lui ci sarà difficilissimo proseguire. Occorrerà che attingiamo a tutte le nostre energie per farlo.

Ci soccorra e ci stimoli il ricordo del suo impegno, del suo entusiasmo, della sua instancabile attività.

E’ questo, in tanto dolore, smarrimento e tenebre, la luce che Sandro ci lascia.